La Cosa 1

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La Cosa 1

Lo spazio così com’è, privo di accessori. Uno svuotamento.

Un atletismo che si espande e si ritrae, investe i luoghi. Un’invasione.
Montaggio di minimi comuni denominatori delle biografie di ognuno. Il trailer di una vita.

Si accendono le luci. La folla si compatta. Ha inizio il movimento, qualsiasi movimento, tutto purché qualcuno faccia qualcosa – una messa alla prova continua di muscoli e nervi, un corpo precario che dà tutto anche quando non ne ha più, inscena il fare per fare, fare2, fare3, lo strafare, lo stroppiare, una presentazione d’iperattività che va dalla culla all’apocalisse. Per voi.

La Cosa 1 è l’evento, ma è anche il momento subito dopo, quando ci si ferma, stanchi, saturi: La Cosa 1 invece continua, ripete, insiste, riparte a muoversi, correre, fare: la fine sostituita dal sequel: si vive una volta sola.

Informazioni

***Vincitore di NUOVE CREATIVITÀ, progetto sostenuto da ETI Ente Teatrale Italiano***

creazione collettiva Sotterraneo
in scena Iacopo Braca, Sara Bonaventura, Matteo Ceccarelli, Claudio Cirri
elaborazione drammaturgica Daniele Villa

disegno luci Roberto Cafaggini
costumi Lydia Sonderegger

produzione Sotterraneo/Fies Factory One

co-produzione Centrale FIES, festival Armunia Costa degli Etruschi, Fondazione Pontedera Teatro – 4 Cantieri per Fabbrica Europa, festival es.terni 2008 – progetto Dimora Fragile

 

RECENSIONI

«Il segno espressivo in cui si colloca il Teatro Sotterraneo lo si coglie ancor prima dell’inizio: schierati in fila dietro ai loro microfoni, immobili in un silenzio teso, concentrato, i quattro attori, più che i componenti di un giovane gruppo fiorentino, sembrano appena usciti dalla Carnìceria, la compagnia madrilena di Rodrigo García. Le tute che indossano, con impresso sulla gamba il titolo dello spettacolo, non somigliano certo a costumi teatrali, ma neppure ai vestiti di tutti i giorni: sono indumenti da lavoro, da atleti o da acrobati circensi, che rimandano unicamente a una realtà sospesa, circoscritta allo spazio neutro della scena. Il palco è ostentatamente vuoto, disadorno. Sarà un richiamo al vuoto della vita, che si deve tentare di riempire con l’illusione di un incessante movimento? Sarà questo il senso delle continue corse da un capo all’altro della ribalta, quasi che fermandosi ci si trovasse faccia a faccia con la consapevolezza di non sapere che fare di se stessi? E quella vaga ossessione di scandire il tempo, che attraversa sottilmente l’intero spettacolo, quella sorta di impulso a quantificare la durata delle azioni, facendo più volte la conta in base a numeri forniti a caso dalla platea, non rifletterà l’inutilità dei tentativi di fermare il fatale trascorrere delle cose? Come nella vita, i quattro amano, giocano, si cercano, si sfuggono, fanno feste inconcludenti. Se, anzi, lo spettacolo precedente – il folgorante Post-it – affrontava a suo modo il tema della morte, La cosa 1 tratta invece prevalentemente dell’amore, del sesso, dei sentimenti: ma sono sentimenti destinati a non condurre a nulla, soffocati da quell’agitarsi senza sosta, annichiliti dall’impotenza delle parole con cui vengono dichiarati, raggelati dall’invadenza di tormentosi questionari che frugano nell’intimità dell’individuo, una figura grottescamente travestita, come l’anonimo personaggio del Goya di García, da incongruo pupazzone di peluche. Di cosa è fatto il linguaggio del Teatro Sotterraneo? Non di emozioni, sistematicamente negate sul nascere, non di immagini, sacrificate a uno stile spietatamente spoglio, non di storie dotate di senso compiuto, la cui rappresentazione non viene neppure presa in considerazione: in effetti questo gruppo, fra i più emblematici dell’ultima generazione, punta quasi esclusivamente sulla pura energia psico-fisica, sull’esemplare rigore compositivo e su una comunicazione allusiva, ironicamente trasversale. Alla base c’è una personalità davvero molto forte: ci vuole una grande sicurezza di sé per rinunciare praticamente a tutto, sapendo che comunque l’attenzione dello spettatore non cadrà neanche per un attimo».

Renato Palazzi, delteatro.it


Non è un paese per giovani.

«Quando invece il problema è la messa in discussione della stessa rappresentazione, questa avviene solitamente attraverso l’utilizzo di un procedimento: una feroce ironia. Ogni oggetto, ogni gesto, ogni azione perde di senso o, almeno, il senso slitta continuamente. Non pochi gruppi iniziano dichiarando di non avere nulla da dire, iniziano confrontandosi con un’idea di fine declinata poi su sentimenti e identità e, soprattutto, sul teatro stesso. Il linguaggio della dissoluzione, coniato da Kinkaleri negli ultimi anni, viene così recuperato almeno come orizzonte, come aria respirata, anche se cambiato sostanzialmente di segno. Quello che importa è il procedimento di montaggio e smontaggio della scena che viene portato avanti ad esempio da Teatro Sotterraneo (Firenze) e Cosmesi (Bologna). Sono percorsi questi che intraprendono una strada estremamente difficile perché fin da subito si posizionano su un limite: una disperazione ai limiti del tic e della nevrosi, un’ironia che può cedere al cinismo, un gioco che quando perde di carica utopica si fa scherzo. In questo caso la rappresentazione è negata ma è l’oggetto con cui fare i conti, e il coraggio risiede proprio nello sporcarsi le mani con le cose del mondo, nel provare a ritrovare un’intelligente comunicatività con il pubblico, anche utilizzando un immaginario quotidiano certo da criticare, ma non da rimuovere. In La Cosa 1 di Teatro Sotterraneo si parla proprio della condizione dei giovani e di una crescita assurda. Si tratta di uno spettacolo tutto in movimento, perché i quattro ragazzi sulla scena, come alle prese con una gara senza traguardo e senza meta, corrono come matti nella perenne ambiguità che si tratti di una fuga o di un arrivo, di un gesto volontario o eterodiretto».

Rodolfo Sacchettini, Lo Straniero

Il gioco della corsa.
«Nel tentativo di non considerare lo spettatore un occhio passivo da persuadere a tutti i costi, abbandonando le logiche didascaliche di una comunicazione immediata, Teatro Sotterraneo si sporca le mani con immagini e riferimenti rubati ai mass media. La Cosa 1, il cui titolo si presenta già come un indovinello, è l’esplosione di questi materiali, l’accumulo ostinato di slogan e scene di possibili telefilm e telenovele.  Dichiarazioni d’amore sulla panchina, un party privato in campeggio sulle note di Cacao Meravigliao, una partita a nascondino e le apparizioni di un enorme tricheco di peluche. Il discorso che lo spettacolo sottende è un percorso di crescita, la maturazione che porta alla consapevolezza del terreno nel quale si cammina, e si corre. La corsa è infatti la cornice dello spettacolo, o piuttosto la vera performance. In divise da corridori firmate Nike, scarpe comprese, gli attori inaugurano lo spettacolo cantando a cappella un pezzo dei Carmina Burana, e poi cominciano a correre. Si lanciano in tutti gli spazi della Stazione Leopolda di Firenze, dove La Cosa 1 ha debuttato, per raggiungere un traguardo invisibile e mai definitivo. La corsa non si interrompe, e le scene sono sempre disturbate da uno o più attori che si lanciano a gran velocità accanto agli altri. Nei pochi momenti in cui gli atleti sostano ai lati della scena asciugandosi il sudore, si avverte lo scarto, forse ancora da precisare, quello di una realtà esterna che emerge in tutta la sua forza e pesantezza. Quegli attori faticano davvero. Teatro Sotterraneo ci indica con astuta leggerezza la regola del gioco alla quale sottostiamo, l’urgenza di fare e strafare, arrivare per poi scappare via e non potersi godere che una breve sosta. Lo spettacolo si conclude con un coro da stadio posticcio, che alle grida di “Sotterraneo! Sotterraneo!” ci chiama direttamente in causa, ribaltando il senso dei nostri applausi».

Serena Terranova, Hystrio

 

«Teatro Sotterraneo è un collettivo senza leader e gerarchie, non c’è un regista e tutti collaborano alle varie fasi di creazione, è un gruppo che si è imposto per una visione personale ed originale del momento artistico. Il ritmo incalzante e la tagliente ironia caratterizzano i loro spettacoli, successione di brevi scene cariche di rimandi al quotidiano, di elementi di una cultura pop che invade le nostre vite, di nevrosi che la caratterizza. La presentazione di ogni elemento subisce un continuo slittamento di significato nella successione delle azioni sceniche, che sotto l’ironia nascondono forte drammaticità e cinismo. Nell’ultimo spettacolo, La Cosa 1, si è trascinati da una corsa continua e senza sosta dei performer in scena, che attraversa un frenetico montaggio di momenti di vita quotidiana caratterizzanti l’adolescenza, in cui tutti si riconoscono. Le tentennanti dichiarazioni d’amore, i party privati, i qui, il nascondino, le musiche televisive, e l’apparizione di un enorme peluche: tutto appare o scompare nella corsa verso la fase successiva, si accavalla nel ricordo che in un attimo svanisce lasciando un po’ d’amarezza, e si affaccia per un secondo una domanda “Se potessi tornare indietro faresti le stesse cose?” Ma non c’è tempo per rispondere, si deve continuare a correre».

Ilaria Mancia, Mucchio – Il mucchio selvaggio

«Dino Sommadossi e Barbara Boninsegna hanno chiarito subito le forme e le poetiche che hanno pervaso gli spettacoli visti per dieci giorni nella Centrale di Fies nella scelta dei gruppi che formeranno la Factory, ossia una vera famiglia teatrale che avrà Fies come casa: Sonia Brunelli, Dewey Dell, Francesca Grilli, Pathosformel, Teatro Sotterraneo. E iniziamo la nostra analisi del Festival proprio da quest’ultimo gruppo di cui avevamo apprezzato a suo tempo Post-it come frutto già maturo di un percorso preciso. E La Cosa 1 con l’elaborazione drammaturgica di Daniele Villa ed in scena Iacopo Braca, Sara Bonaventura, Matteo Ceccarelli, Claudio Cirri, ci pare confermarlo, qui lo spazio scenico è attraversato da corpi che corrono letteralmente a perdi fiato, persone che non riescono più a comunicare tra loro, le parole sono banali, smozzicate, sconosciute o tutt’al più sono coperte dal rumore dei passi che rimbombano sulla scena. Sono persone comuni i nostri protagonisti ma non possono esserlo, come atleti acclamati dalla folla hanno bisogno solo di apparire vincenti, i sentimenti sono nascosti, non c’è tempo per quelli, l’importante è correre per arrivare primi, ma è una corsa che sfocia nel nulla. La corsa è interrotta, come è già stile del Sotterraneo, da brevi siparietti, venati costantemente da ironia dove ci sta pure una grande foca di peluche, si ride parecchio per non piangere, per altro senza sottolineature di senso».

Mario Bianchi, eolo-ragazzi.it

 

«Convincono in pieno anche Made in Italy e La Cosa 1 del Teatro Sotterraneo. Entrambi i gruppi ricordano quanto la sperimentazione teatrale non debba essere sempre seria e astrusa, ma quanto possa passare anche attraverso la comicità […]. Teatro Sotterraneo, invece, costruisce uno spettacolo sfidando il limite della stanchezza fisica. Per tutta la durata di La Cosa 1, il gruppo fiorentino, con addosso delle tutine da jogging, corre incessantemente, fermandosi solo per dare vita a deliranti sketch (un party privato in una mini-tenda, una dichiarazione di amore e odio in giapponese, l’irruzione di un enorme pupazzo di peluche)».

Mauro Petruzziello, xl.repubblica.it

 

Il mondo è pazzo? Non ci resta che ridere! La filosofia del Sotterraneo di Firenze.«Impazzisci, e poi stupisci!», sghignazzava il Joker dalle pagine di Batman: The Killing Joke , uno dei capolavori della letteratura a fumetti nato dal genio del vate Alan Moore. La nemesi per antonomasia del Dark Knight la sapeva lunga su ciò che ci separa dalla “normalità” e dalla follia: un maledetto giorno sbagliato. Per chi sa vedere, quel giorno si ripete ogni mattina. E per chi è insanamente sano di mente non si può far altro che riderne per comprendere.
Il Teatro Sotterraneo – made in Firenze – lo fa, e anche molto bene. In un teatro che spesso si dimentica di intrattenere, e anche divertendo(si), il giovane collettivo di ricerca teatrale nato nel 2004 riesce nell’impresa dell’autoironia. […] Non esistono intellettualismi a comprimerli in risacche di anidride carbonica, ma l’ossigeno dell’autoironia, il non prendersi mai troppo sul serio, in una satira che non perde di vista il dono prezioso dell’intelligenza. Quattro performer e un dramaturg, insieme in una ricerca comune, che dopo le annotazioni contenute in Post-it sull’umano vivere, ci regalano ora cartoline dall’Inferno della dimensione domestica e del mondo che ci attende fuori l’uscio di casa. Due produzioni parallele, ma complementari: Eko, in attesa di trasformarsi in Suite a Prato (nella rassegna Contemporanea ’08 dal 28 maggio al 2 giugno), e La Cosa 1 che, dopo essere stata a Roma a Uovo Critico, sarà in un primo studio al Festival Inequilibrio esploso a Castiglioncello (19 aprile), e in prima nazionale al Festival Fabbrica Europa (Firenze, 20-21 maggio). […] La Cosa 1pone l’uomo di fronte alle sue corse disperate all’inseguimento di non si sa più cosa. Sulla scena in un continuo e disperatamente comico movimento, gli attori vivono di iperattività, di serialità, del fare in continuazione qualcosa, raggiungendo il limite della resistenza. L’uomo, separatosi dalle labili sicurezze della dimensione casalinga, cade vittima della società che ha costruito. Ma per fortuna, guardando l’abisso, ci è concessa una sana risata».

Giacomo D’Alelio, Queer

«Quattro atleti, fermi sulla scena. Hanno addosso scarpe da corsa e tessuti hi tech da androidi sportivi per la traspirazione, la sudorazione, il movimento libero. Sono pronti ad affrontare la vita. Tra fasi di riscaldamento e di ripresa, di scatto e di resistenza, La Cosa 1, proposto dal Teatro Sotterraneo al teatro Tam Maddalene di Padova, è un vortice di velocità. Tutto esplode dopo un’emozionate esecuzione dal vivo dell’O fortuna, dai Carmina Burana. Un’invocazione, si prepara il terreno al pubblico: sta per precipitare la quiete, inizia la giostra. Sembra un vero e proprio allenamento fisico questo spettacolo intenso e impattante, in cui Iacopo Braca, Sara Bonaventura, Matteo Ceccarelli e Claudio Cirri, soprattutto, corrono. Usando lo spazio nella sua interezza, in un random di frenesia che non trova pace se non nei pochi momenti di dialogo, tra di loro, o con il pubblico. Momenti in cui si scopre il significato di un titolo tanto enigmatico: La Cosa 1 è l’amore. Amore che sfugge, in cui in realtà si riesce a dire poco e nulla: Sara-ti-amo-ma-con-questo-avrei-finito-non-ho-nulla-da-aggiungere; amore che vive di fugaci contatti, una carezza sulla mano e poi via, di corsa, di nuovo scattare correre sudare. Amori che non si capiscono, i due amanti possono anche parlare due lingue diverse, non occorre il dialogo. Amori superficiali, a cui non si lascia il tempo di sbocciare. Amori da festa in discoteca, e sulla scena appare improvvisamente una casetta con la scritta “party privato”. Ma è una casetta da campeggio: pure quella, provvisoria. E così come gli amori, anche le altre relazioni umane: per conoscersi si compila un questionario, bastano dieci domande preconfezionate. Per avere un contatto, basta un cinque scambiato durante la corsa. Per costruire un rapporto d’odio, basta chiedere al pubblico quante sberle dare, da uno a dieci. Nove? E nove ne piovono. Per un rapporto d’affetto, l’equivalente sono i baci. E quando compare sulla scena un enorme pupazzone blu, ironico e inquietante, nessuno si stupisce: il suo straniamento, la sua goffaggine, la sua inappropriatezza sono dentro al fiume in piena che scorre, esattamente come le vite di mille uomini. Nessuno ha nulla da dirsi, in questo scenario da pallina da flipper, perché nessuno riesce a farlo. Nemmeno l’acuto di Pavarotti riesce a concludere il suo vincerò, che rimane sospeso a mezz’aria su una e prolungata: è un’attesa infinita, non c’è una concretizzazione finale. La Cosa 1 contiene l’amore, e contiene la fretta. E contiene anche l’accelerazione: come un trailer frenetico al fast forward, in cui scorre tutta la vita compattata e asciugata, dove la corsa fa da risposta al monito del Nessun Dorma. E se il tema dello spettacolo non risulta particolarmente innovativo, assolutamente innovative e riuscite sono la messa in scena, la regia, la drammaturgia. Una drammaturgia, curata da Daniele Villa, basata sul non detto, che studia in modo particolare cosa non far dire, e cosa invece far agire. La Cosa 1 non è didascalico o verboso, e forse non è nemmeno una denuncia. È una fotografia, un’istantanea del presente: come quelle che gli attori – performer scattano al pubblico, mentre corrono. La Cosa 1 è pure straniante e divertente, leggero e tagliente. Uno spettacolo interessante, chiaramente distinto dal panorama contemporaneo teatrale, che continua con una potenza notevole il percorso che Teatro Sotterraneo, vincitore del bando ETI Nuove creatività nel 2008, ha iniziato con Post-it e Suite». 

Marianna Sassano, nonsolocinema.it

L’anteprima del nuovo spettacolo di Teatro Sotterraneo al Castello Pasquini. «Càpita andando in giro per teatri di imbattersi in coincidenze, di osservare delle linee che si intersecano all’insaputa di chi le ha tracciate. Sarà l’aria del tempo, lo Zeitgeist che si diverte perché, obbiettivamente, il coincidere contiene spesso un elemento di comicità, di bizzarria. Nulla in apparenza accomuna due maestri della ricerca italiana quali Rem e Cap e un gruppo giovane come il Teatro Sotterraneo, quattro performer e un dramaturg che a stento raggiungono tutti insieme i cent’anni di età.Remondi e Caporossi qualche settimana fa hanno proposto nel quadro di un laboratorio teatrale un allestimento tratto da un testo di Beckett poco noto e ancor meno citato, Assez (Basta). I quattro attori hanno presentato l’altra sera al Castello Pasquini di Castiglioncello per il festival Inequilibrio esploso/Armunia Costa degli Etruschi uno studio su un loro progetto intitolato La Cosa 1. In comune i due spettacoli hanno che sono praticamente senza parole. Di conseguenza, il secondo aspetto che li avvicina è la loro natura prettamente femminile, intendendo per maschile un teatro drammaturgicamente strutturato, affermativo, argomentativo, fondato sul verbo in quanto strumento principe di esposizione del ragionamento logico-razionale e del rapporto causa-conseguenza. I due allestimenti invece lavorano su concatenazioni concettuali analogiche funzionanti su principi di somiglianza, riconoscimento, identità. Altrettanto organizzata se non addirittura maggiormente rigorosa rispetto alla drammaturgia scritta è la rappresentazione dei processi intuitivi. Sono stati scritti in questi ultimi trent’anni vari fiumi d’inchiostro sulla differenza fra scrittura scenica e scrittura drammaturgica e poi qualche cascata di parole sul ritorno negli anni Novanta della drammaturgia a teatro. Fatto sta che, a livelli diversi – più comico e leggero il Teatro Sotterraneo, filosofico nel caso di Rem e Cap –  la questione della ricerca formale di una scena che superi il linguaggio continua a porsi. È interessante allora vedere che la compagnia giovane e i due Maestri stanno sulla stessa strada. E in fondo proprio di strada si tratta: inBasta sette coppie beckettiane – giacca, pantaloni e cappello scuri da uomo – camminano da destra a sinistra, senza sosta, una dopo l’altra, su un tappeto di sabbia lungo una ventina di metri; nella Cosa 1 i quattro performer raccontano storie di incontri correndo a perdifiato sulla scena e sbattendo l’uno contro l’altro. Non si ha idea di quante cose si possono fare in corsa,  persino la corte alle ragazze, persino una critica alla società attuale, una presa in giro della nostra way of life. Correre e camminare come metafore. I due spettacoli rifiutano lo stesso principio di riduzione della scena a una rappresentazione in scala della vita, operazione per platee necessitose di immagini facili, naturalistiche, subito comprensibili. Rigettato è il teatro come forma di voyeurismo, il teatro borghese adatto allo spettatore che si contenta di riproduzioni del mondo materiale, della realtà così com’è, non trascesa, non elevata su un piano metaforico. Abitudine mentale cristallizzata dalla televisione, dai reality, dalle fiction e utile alla trasformazione dello spettatore in un guardone, ergo in cittadino manipolabile attraverso lo strumento del desiderio. L’orrore per questa esperienza grossolana del mondo che allontana dalle dimensioni metaforiche e spirituali, il dispiacere per i progressi dell’ortodossia e del conformismo, il fastidio per la granitica omogeneità del comune sentire, avvicinano il Teatro Sotterraneo alla alta filosofia teatralizzata di Remondi e Caporossi. E producono un’insofferenza giustificata verso il naturalismo. Poi però, càpita di rivedere di notte, per insonnia, su una vecchia videocassetta, Apocalypse now e di rammentare che le cose, in fatto d’arte, sono sempre più complesse di un istante prima».

Marcantonio Lucidi, ladifferenza.org

«Firenze – Tra uno schiaffo ed una carezza. Una manata fresca che arriva sotterranea. Un qualcosa di talmente vero e quotidiano, lo scarto dal drammatico che sboccia nel consueto, che pare di fumetto, di cartoon. Ed infatti i Fantastici 4, (ci vuole un fisico bestiale) dopo aver nominato la piece “La Cosa 1” (che da immobile nelle strisce qui diventa per contrappasso una corsa infinita tra quattro cantoni e nascondino), hanno tute attillate da runner. Jumper nelle banlieue, ciclisti di fondo per il record dell’ora, a scardinare i ritmi, nelle loro mute da sub, respirando tra le branchie dell’intelligente testo di stretching emotivo, di assonanze, anche autocelebrative, di occhiolini ad un certo caustico e raffinato salto mentale. Come la poesia, che dice dicendo altro, che arriva non parlando dell’oggetto, ma del contesto. Giungendo più forte e più pungente. Ma non sono supereroi: hanno fiatone ed ansie. Hanno bisogno, con il pubblico lì davanti, di portarselo un altro in tasca, in cassetta, più malleabile e convinto. Hanno storie di drammi familiari alle spalle ma nessuno se ne cura, anzi se ne ride (non potremmo fare altrimenti). Intavolano gag, deliziose e deliranti, con quel sapore di banalità nelle quali ci ritroviamo ma alle quali non sappiamo dare contributi e risposte. Le lasciamo scorrere, come olio sulla pelle. I Sotterraneo ce le piazzano davanti, ti aprono le pupille con uno stuzzicadenti e ti fanno vedere: la panchina (niente amanti di Peynet, grazie) dove cominciano gli amori incerti adolescenziali e sulla quale nessuno si può permettere, ma tutti la vorrebbero, la colonna sonora di “Ghost”, un party finto divertimentificio, escluso ma non esclusivo, di una festa tragica e triste di plastica. Un amore con la A maiuscola, travestito da goffa foca inseguitrice stile Pac Man, medley nazional popolare dell’ugola sanremese. Geniali».

Tommaso Chimenti, scanner.it e Il Corriere di Firenze

 

«È il festival delle promesse mantenute. Dove accade che i piccoli, come recita il manifesto di quest’anno, abbandonata l’arroganza dell’adolescenza, siano in grado di consegnare al pubblico piccole opere incisive, ricerche estreme sul movimento e indagini sulla quotidianità del sentire […]. La danza, come linguaggio e allenamento quotidiano che sanno plasmare i corpi e farli gioire, balbettare, soffrire, è l’anello mancante di un altro lavoro molto interessante presentato a Dro in forma ormai matura: La Cosa 1, creazione collettiva di Teatro Sotterraneo in coproduzione con Fies Factory One, è uno spettacolo filosoficamente importante, perché utilizza, senza citarli esplicitamente, tutti gli elementi costitutivi del tanztheater nella sua espressione più alta, quella elaborata a suo tempo nei grandi affreschi di Pina Bausch: entrate, uscite, incontri, improvvisazioni, corse, ripetizioni, prese, abbandoni, rivelazioni autoironiche e autobiografiche, grandi silenzi e sospensioni. Tutto tranne lo specifico della danza […]. Magistrale l’inizio, con i Carmina Burana destrutturati, in forma di mottetto. E il sotto finale, con un countdown che ci regala il beneficio del dubbio e un paio di tempi supplementari».

Paolo Crespi, Il Gazzettino


«Dro – non tutte le ciambelle riescono col buco, ricorda scherzosamente il motto di Fies Factory One. Ma queste anomale “ciambelle” teatrali, contese sulla piazza dei festival estivi, hanno già ripagato le aspettative. […] Altre esperienze estetiche e creative hanno trovato spazio negli impasti ironici di Teatro Sotterraneo, in scena lunedì sera con il ready-made rettificato di «La Cosa 1». Un film cult in bilico fra horror e fantascienza girato nel 1982 da John Carpenter. Un documentario di Nanni Moretti sul dibattito aperto dalla «svolta della Bolognina». Un supereroe della Marvel per la milizia dei Fantastici Quattro. Sono solo alcuni dei possibili referenti centrifugati in un titolo che definisce l’indefinibile e lo assoggetta all’imperio del sequel. Tutta l’attività della compagnia fiorentina, del resto, ricicla i miti e i prodotti della società mediatica in quadri graffianti che incrociano l’atletismo del teatro di movimento. Qui l’oggetto è di fatto la vita, ridotto al suo minimo comune denominatore attraverso un irresistibile montaggio di fatti biografici e collettivi. Creazione di una formazione orizzontale, senza leader e gerarchie, «La Cosa 1» raccoglie sotto l’invocazione alla Fortuna, rubata alla galleria di destini dei Carmina Burana, un nuovo autoritratto soggettivo e «epocale» che si rimangia fiumi d’inchiostro sulla «crisi dei giovani» con la sua capacità rinfrescante e politicamente scorretta di portarli in scena».

Katia Malatesta, L’Adige

«La conferma si chiama “Teatro Sotterraneo”. Già molto applauditi l’hanno scorso con “Post-it”, hanno ribadito lunedì la sostanza e la freschezza di un teatro fatto soprattutto di ironia e senso dell’assurdo, che il gruppo di quattro giovani attori-autori toscani riesce ad esprimere coraggiosamente, mescolando luogo comune e paradosso. “La Cosa 1” è uno spettacolo giocato al ritmo frenetico di una quotidianità di vita che resta centrale nella ricerca del gruppo. Che sceglie l’apprezzabile via del contatto diretto col pubblico per ironizzare sull’incapacità, tutta contemporanea, di una super-comunicazione non comunicante. Di una precarietà progressiva che scompone l’individuo in una molteplicità di non-stare semplicemente impossibilitati a fermarsi. Anche, e soprattutto, di fronte all’amore».

Tommaso Pasquini, Il Trentino


«Una staffetta corsa in Centrale, senza pause di ristoro, da gustare tutta d’un fiato. Saltando di palo in frasca sulla scena, con un altro fresco amarcord dell’assurdo e molta arte di arrangiarsi, i Teatro Sotterraneo, anche quest’anno sono riusciti a distinguersi tra le proposte del festival internazionale di Drodesera Fies con La cosa 1, in scena lo scorso 28 luglio 2008».

Miriam Monteleone, teatroteatro.it

 

«Tra le rappresentazioni in dialogo fra loro, su tutte spicca la trascinante performance di “Teatro Sotterraneo”, che a 4 anni dagli esordi porta in scena un nuovo, delirante spettacolo: “La Cosa 1”, debutto di questa estate con ottimi riscontri dalla platea. […] Fiori all’occhiello del teatro giovanile di ricerca, i “Sotterraneo” si incontrano professionalmente nel 2004, debuttando nel settembre con la messa in scena dell’inquietante “11/10 in apnea”, che guadagna la partecipazione al Premio Scenario 2005. Poi corre – e veloce – questo gruppo, nella vita professionale come sulla scena della loro “cosa”. LO SPETTACOLO – “La Cosa 1”, originale creazione nata dal consueto studio corale, altro non è che un’efficace metafora sottesa di questo frenetico nostro contemporaneo. È l’isterica e angosciata corsa dei tempi in cui viviamo, dove non conta più tanto l’obiettivo quanto lo stare in ballo. Quattro attori in tuta sportiva che corrono incessantemente lungo tutto lo spazio e il tempo della messa in scena, che rappresentano noi e loro stessi insieme, accomunati da una ricerca affannata in cui la meta sfuma, arretra, cede il passo a una corsa che si nutre di se stessa. La “cosa” è l’esplosione del luogo comune portato all’eccesso ma non reso mera parodia di sé. Perché la rappresentazione – a tratti esilarante – è più sottile. Di spazio per ridere nello spettacolo ce n’è in abbondanza, ma l’accorto insieme risulterà tutto fuorché didascalico. Abbandonando regole e forme della comunicazione tradizionale, lo spettacolo tiene in considerazione il pubblico senza urlargli in faccia “Verità Assolute”, con dialoghi ridotti al minimo e costantemente frammentati. Uomini e donne che si muovono per muoversi, metafora del contemporaneo quotidiano che vuole i suoi protagonisti calati in uno spasmodico iperattivismo, che nel correre dimenticano pure perché stanno correndo, ma che nutrono il moto perpetuo purché niente lasci loro il tempo di sostare. Fra sketch sempre in bilico fra luogo comune e paradosso – dalla dichiarazione d’amore fumettistica fino alla comparsa di un enorme tricheco di pezza, stordito da test psicoattitudinali che ricalcano il quotidiano lavorativo di un’intera generazione – la “cosa” è lo stretto confine che separa la forzatura ilare dal baratro della realtà, che colpisce con l’urto di una risata necessaria, ma nasconde una verità di cui tutti siamo protagonisti, più o meno volontari. Uno spettacolo ben orchestrato che lascia lo spettatore divertito ma consapevole giusto un istante troppo tardi: quando il sipario è chiuso e resta lo spazio della riflessione. L’epilogo paradigmatico del dubbio che s’insinua nell’osservare la faticosa corsa dei nostri, e nel temere che a questo, in fondo, sia ridotta la nostra (sola) esistenza».

Cecilia Dalla Negra,  fondazioneitaliani.it

VIDEO CONTENT

La Cosa 1

CIRCUITAZIONE

2011

Arti vive habitat/Nuovo Cinema Teatro Italia – Soliera
Sala Teatro Biagi D’antona – Castel Maggiore
AMAT/Teatro dell’Aquila – Fermo
Terre di Teatri – Giulianova

2010

Fondazione Toscana Spettacolo/Teatro Bruno Vitolo – Montefollonico
Fondazione Toscana Spettacolo/Teatro Capodaglio – Castelfranco di Sopra
Fondazione Toscana Spettacolo/Teatro dei Concordi – Campiglia Marittima
Fondazione Toscana Spettacolo/Teatro Pietro Mascagni – Chiusi
Fondazione Toscana Spettacolo/Teatro Dovizi – Bibbiena
Teatro Aurora/Questa Nave – Marghera
Centro arti visive Pescheria/AMAT – Pesaro
Suburbia Festival per Luoghi Comuni – Bollate

2009

Teatro Guanella – Milano
TAM/Teatro delle Maddalene – Padova
Teatro Era – Pontedera
Teatro delle Briciole – Parma
Genio Fiorentino – Firenze
Teatro Valle – Roma
Punta Corsara/Auditorium di Scampia – Napoli
Fabbrica delle idee festival – Racconigi

2008

Uovo Critico – Roma (primo studio)
Inequilibrio Esploso – Castiglioncello (primo studio)
Fabbrica Europa – Firenze (prima assoluta)
Inequilibrio/Armunia – Castiglioncello
drodesera>Centrale FIES – Dro
Short Theatre – Roma
Teatro Dimora l’Arboreto – Mondaino
es.terni – Terni
Ipercorpo – Forlì
Teatro Malatesta – Montefiore Conca
Festival Marosi di Mutezza – Sassari

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