Dies irae

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Dies irae_5 episodi intorno alla fine della specie

Dittico sulla specie (parte 1)

Non potrai mai camminare a fianco di un neandertaliano. Non potrai mai nemmeno parlare con un mesopotamico oppure osservare il cielo con un maya. Non vedrai l’arrivo di una delegazione aliena sul maxischermo e non vedrai il sole diventare supernova.

In realtà non ti sei visto nascere e non ti vedrai nemmeno morire. Il presente è un tempo storico. Il presente è una convenzione. Il presente è soprattutto un perimetro d’azione. Per colonizzare passato e futuro possiamo immaginare due archeologie opposte: una che dissotterri il passato e una che sotterri il presente in attesa di un dissotterramento futuro.

Abbiamo sempre seguito delle tracce e non potremo non lasciarne di nuove.

Ognuno viva e canti il suo tempo e poi torni alla polvere.

Alleluia.

Informazioni

***Nel 2011 Dies irae _ 5 episodi intorno alla fine della specie vince il Silver Laurel Wreath Award al MESS Festival di Sarajevo***

creazione collettiva Sotterraneo
in scena Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli, Claudio Cirri
scrittura Daniele Villa

luci Roberto Cafaggini
costumi Lydia Sonderegger
graphic design costumi Claudio Paganini
sartoria Laura Dondoli
collaborazione tecnica Loris Giancola

produzione Sotterraneo/Fies Factory One
coproduzione Centrale Fies, AREA06, OperaEstate Festival Veneto
in collaborazione con Inteatro/Scenari Danza 2.0 AMAT Regione Marche
col sostegno di TEATRI DEL TEMPO PRESENTE – l’ETI Ente Teatrale Italiano per le Nuove Creatività, Regione Toscana, Comune di Firenze – Assessorato alle Politiche Giovanili

residenze artistiche Dro/Centrale Fies, Isola del Liri/AREA06, Polverigi/Inteatro Scenari Danza 2.0, Parma/Teatro delle Briciole – Solares Fondazione delle arti, Milano/PiM Spazio Scenico, Scandicci/Scandicci Cultura, Pesaro/Spazio Hangart, Sesto Fiorentino/Teatro della Limonaia, Settignano/Laboratorio Nove.

RECENSIONI

«Ed è un chirurgico e impressionante bagno di sangue, il primo episodio del Dies irae che Teatro Sotterraneo completerà in progress in altri festival».

Rodolfo di Giammarco, La Repubblica

Quella scanzonata apocalisse via sms
«Non capita spesso che lo spettacolo di maggior successo di un festival importante come “Vie” di Modena si opera di una compagnia di giovanissimi, ancora poco conosciuti a livello nazionale. Ma i lunghi applausi tributati al Teatro Sotterraneo non sono casuali: il gruppo, che con Babilinia Teatri è forse l’espressione più matura della nuova scena italiana, sa infatti combinare l’assoluta semplicità di mezzi con un pensiero teatrale complesso, che scompone e ricompone di continuo la struttura drammaturgica, sa unire l’ironia, la leggerezza alal ricerca di significati più meditati.
DIES IRAE 5 EPISODI INTORNO ALLA FINE DELLA SPECIE è un lavoro bellissimo, che tratta il tema dell’autodistruzione da divere angolazioni: nel primo episodio vediamo una mattanza raggelata, come staccata da se stessa, spruzzi di sangue, corpi abbattuti senza che nulla li colpisca. Nel secondo la parodia di una radio che invita gli ascoltatori a inviare degli sms in cui ci si chiede cosa sarebbe successo se Ponzio Pilato non se ne fosse lavato le mani o Hitler fosse stato ucciso in culla. Nel terzo gli attori si fotografano nei minimi dettagli, come per lasciare una testimonianza ai futuri visitatori del pianeta. Nel quarto mettono all’asta la polvere di insigni monumenti. L’ultimo è folgorante: nella penombra, dei vegliardi col bastone spargono sale, poi rimangono a fissare – non si sa se ansiosi o sgomenti – un quadrante che scandisce l’avvicendarsi della fine. Ma DIES IRAE, al di là della metafora apocalittica, può essere anche letto come una riflessione sull’incerto rapporto tra passato e futuro, tra attesa e memoria. Ogni oggetto viene dunque riposto in sacchetti di cellophane come un reperto giudiziario, ogni gesto viene inquadrato in puntigliose deposizioni da verbale di polizia, smontando il senso delle azioni precedenti, rivedendole come da un’enorme distanza emotiva. Un’altra chiave di lettura è invece quella del non esserci, dell’assenza, ovvero dello svuotamento del teatro: la violenza senza violenza della prima scena, l’appello di nomi scelti a caso dall’elenco telefonico, e puntualmente mai presenti in sala, nella seconda, l’imminente assenza dell’uomo dell’uomo steso nella terza, la perdita delle bellezze del mondo nella quarta, e infine la mancanza – o l’uccisione – del tempo, la più straziante. Anche questo stratificarsi di ipotesi interpretative rivela d’altronde una forte personalità creativa, a stento mascherata dai toni apparentemente scanzonati».

Renato Palazzi, Il Sole 24 ore

Una campionatura delle generazioni “lost in translation”
«Con Dies irae il collettivo Teatro Sotterraneo cerca di alungare il passo, rispetto alle prove precedenti, alla dimensione da trailer sovente assunta dal giovane teatro, tanto da far sospettare che sia questa una modalità di pensiero piuttosto che un format. Senza venire meno a una propria cifra espressiva di informale immediatezza e slabbratura drammaturgica. Non è tutto è ugualmente convincente in questi “5 episodi intorno alal fine della specie”, scanditi da un timer digitale che misura il consumarsi della durata performativa.  L’inizio però è folgorante, con gli interpreti in tuta bianca intenti a mimare i molti sanguinosi modi di farsi male. Spari coltellate sgozzamenti in stile film splatter, con esclamazioni da fumetto e generosi spruzzi di liquido rosso che si deposita sul fondale candido come in un action painting – e infatti lo firmeranno alla fine come un quadro dipinto. La finzion è esasperata, è anzi l’oggetto stesso dell’azione, ma intanto quel crescendo di urla, di sirene d’allarme, qualche disagio lo mette proprio in rapporto all’indifferenze che lo accompagna. I passi successivi son oaltrettante stratificazioni che sovrappongono un fondale all’altro, di colori diversi, come se il presente non possa manifestarsi che sulle rovine sepolte di ciò che è appena passato, mentre come un’ossessiva colonna sonora scorrono le cover della dolente Halleluja che fu di Leonard Cohen prima di Jeff Buckley. E il presente è, purtroppo, quello mediatico così difficile da maneggiare senza perderci, quello delle trasmissioni radio con dj, dei sondaggi in diretta, delle aste televisive e dei messaggini al numero in sovrimpressione. Difficile dunque anche da seppellire. A futura memoria ci lasciano, sigillata in una busta di plastica, la macchinetta con cui si erano fotografati a vicenda corpi e gesti e infine ancheemozioni e sentimenti».

Gianni Manzella, Il Manifesto

Il ruolo del testimone
«Adesso proverò a testimoniare fedelmente di quanto è successo nei cinque episodi che compongono Dies irae dal mio punto di vista. È quello che dovrebbe fare il critico, spettatore di professione. È quello che cerca di fare uno dei componenti di Teatro Sotterraneo alla fine di ciascuno dei primi tre episodi dello spettacolo. Del quarto episodio viene chiamato a testimoniare direttamente uno spettatore, del quinto l’onere della testimonianza torna al critico. Questo tormentone della testimonianza in diretta solleva non poche domande: cosa abbiamo visto? di quale e quanta attenzione siamo capaci? come possiamo testimoniare di quanto (ci) è successo? quale valore può avere la nostra testimonianza? Domande che a loro volta sollevano altre domande sugli strumenti di cui ci serviamo per interpretare il mondo e sull’assunzione di responsabilità con cui quotidianamente veniamo a patti. Domande che Teatro Sotterraneo pone con la leggerezza a cui ci ha abituati, coniugando complessità e accessibilità come di rado capita di vedere sulle nostre scene (hallelujah!). Costruito per accumulazioni e azzeramenti, questo saggetto sulla serialità – in cui alla fine di ogni episodio un nuovo pavimento copre le tracce rimaste dell’episodio precedente – è scandito dalle azioni di quattro attori vestiti con magliette che illustrano gli stadi di un’evoluzione della specie costantemente smentita da quello che succede. Già, ma che cosa succede in Dies irae? Succede che la scena ci spinge a interrogarci sulla perdita dell’esperienza, sulla mercificazione della violenza e del dolore, sul feticismo delle rovine, sulla miseria consolatoria della demagogia, sull’immaginario da polizia scientifica di cui siamo tutti prigionieri… Sto cercando di sottrarmi al mio compito di testimone, lo ammetto. È che temo di rovinare l’impatto con uno spettacolo che fin dal prologo vive del e nel rapporto col pubblico. Per mettermi l’animo in pace potrei dire che, passando dal sarcasmo al lirismo, Dies irae procede a imbuto per episodi sempre più brevi, che comincia con uno spargimento di sangue e finisce con uno spargimento di sale, che da uno studio radiofonico in cui si vagheggia di altri mondi possibili si passa a uno studio televisivo in cui le ceneri di questo mondo vengono messe all’asta per pochi euro. Che nell’episodio centrale la scena diventa specchio del nostro essere perennemente turisti, classificatori di azioni e di emozioni da cui ci teniamo sempre più a distanza, tanto da affidarne la testimonianza a macchine fotografiche usa e getta. Il resto dovrete scoprirlo da soli: ne vale la pena, dal mio punto di vista».

Andrea Nanni, Hystrio

«Sono bastati pochi spettacoli, un inizio in sordina seguito subito dopo da un exploit desacralizzante […] per decretare il successo di Teatro Sotterraneo, un successo tanto inconsueto quanto ingombrante, perfino imbarazzante. Le aspettative, si sa, possono far nascere uragani in un bicchier d’acqua. Eppure eccolo qui il gruppo, giovane gruppo toscano, quattro attori e un drammaturgo col piglio di chi non si prende mai sul serio, pronti a spiattellarci in faccia con cinica crudezza il nuovo Dies irae _ cinque episodi sulla fine della specie(titolo che tradisce un disinvolto nichilismo), spettacolo ancora una volta apparentemente “leggero”, d’altronde, come nei modi che sino ad oggi hanno accompagnato il climax dei lavori del Sotterraneo […]. Fatto a quadri, nella forma di clip in successione con tanto di stop motion, e che del clip ha il ritmo e la bastarda convenzione interlocutoria con lo spettatore, alla Brecht per intenderci, Dies iraeè un progetto teatrale duro come il marmo, asfissiante, maturo, anzi anticipatore. Eppur si ride. Teatro Sotterraneo è la giovane realtà della scena italiana che prima di altre della sua generazione ha avuto il coraggio di non indulgere ai propri autocompiacimenti, benché l’emozione estetica che lo spettatore assapora assistendo allo spettacolo assomigli a una sorta di celebrazione generazionale nella quale riconoscersi. Ma il gruppo sembra lasciarsi alle spalle quella certa aura giovanile tanto amata da certo giovanilismo senile, riuscendo a profanare con impietoso cinismo l’eclissi del senso di quella materia d’arte che col teatro inevitabilmente prorompe, trasmuta verso un altrove tutto da ricomporre nel puzzle spezzettato di suoni, corpi, attese e tangibili materie che sono lì per significare loro stesse e null’altro. […] E la forma epica nello spettacolo del Sotterraneo, in quello scandaglio del quotidiano o del reale – come usiamo dire – mistificato da divertenti e surreali “postfazioni” sceniche, altro non è che una nuova o ulteriore versione di quella tragedia post-drammatica che si cerca di raccontare in questi anni. Più che a uno spettacolo vero e proprio, Dies iraeassomiglia a una postfazione, un prodromo dell’intenzione del dire, di volta in volta sottratta alla efficacia e alla effettiva mostra di sé: […] assomiglia a una sovrapposizione di segni, un accumulo di matriali “naturali”, una specie di vertigine della lista – drebbe Umberto Eco – in attesa dell’estinzione. […] È uno spettacolo-catalogo, un museo virtuale».

Paolo Ruffini, Art’O

Countdown to extinction
«Su un fondo asettico si muovono quattro figure in tuta bianca, che ricordano le tenute anticontaminazione di tanti film catastrofici sfornati dal cinema degli ultimi anni. Mimano dei massacri, sgozzamenti, estirpazione di arti, sbudellamenti, ma il loro gesto produce un segno visibile: uno schizzo di sangue che dilania il bianco della scena. Il sangue è vernice, e lo è manifestamente: con un erogatore, una delle figure crea l’effetto dello spruzzo in sincrono con gli squartamenti. Inizia così «Dies irae – 5 episodi intorno alla fine della specie», l’ultima fatica di Teatro Sotterraneo, che ha debuttato a Modena per il festival Vie. Titolo altisonante per un lavoro che mescola minimalismo e tratti di forte ironia, come è tradizione per questa formazione fiorentina. Ma il contrasto sembra quantomai ricercato, perché il primo episodio introduce l’apocalisse parlandoci del rapporto ammiccante che l’arte ha intrecciato con la violenza (causa-effetto della sua crescente difficoltà nel “dire” il mondo, secondo la parabola tracciata da Scarpellini nel recente «L’Angelo rovesciato»). Il rallenty di alcune sequenze, i colpi da arte marziale alla “Matrix”, fanno sembrare il tutto una versione unplugged di un film di Tarantino; ma la violenza, per quanto stilizzata, arriva ed è reale, come le urla strazianti sul finale. Il cortocircuito tra realtà e rappresentazione, che ci mantiene freddi davanti al massacro quotidiano di cui sono fatti i tempi di “enduring freedom”, che non ci permette di distinguere il vero dal falso né di soffrire del dolore se non ha avuto una adeguata post-produzione, è già un po’ la fine della nostra specie (almeno come specie solidale). L’arte, per non essere da meno della realtà, esibisce la violenza e né fa un gesto estetico; peccato che in questo processo non sia immune da una seduzione che fa cadere nell’indistinto il confine tra critica e adesione. Se Stockhausen ha definito scandalosamente l’11 settembre come la più grande opera d’arte mai realizzata, è giusto allora che il Teatro Sotterraneo firmi gli schizzi prodotti sullo sfondo bianco come si trattasse di un quadro di Pollock. Queste variazioni sul tema del nichilismo odierno, scandite come un ossimoro dalle tante versioni di una canzone che sa di invocazione (“Hallelujah” di Leonard Cohen), proseguono attraversando alcuni rovelli ricorrenti della creazione contemporanea, come il rapporto interattivo col pubblico, che tratteggia l’ombra piuttosto sinistra di una democrazia dove l’unica partecipazione possibile è quella del televoto e del gioco a premi, una democrazia svuotata del suo potenziale quanto lo sono a teatro i termini “avanguardia” e “rottura della quarta parete”. Uno spettro di libertà tanto ridotto da porti davanti la scivolosa alternativa proposta al pubblico di uccidere Hitler in fasce (quindi, fino a quel momento, un “innocente”) o di lasciarlo vivere. Nella consapevolezza, prospettata da un ascoltatore del gioco, che cancellando il nazismo dalla storia scomparirebbero capolavori dell’arte e della filosofia che a partire dalla Shoah sono stati scritti. Effimera gloria è quella dell’arte, e in generale di tutti gli sforzi che fa l’uomo nel tentativo di superare i limiti del tempo e sconfiggere la morte: nell’asta a ribasso del quarto episodio, dove si svendono le sette meraviglie del mondo moderno, si ricorda giustamente che di quelle del mondo antico restano solo le piramidi. Ma anche quelle attuali, dal Colosseo al Taj Mahal, non sono che (futuri) mucchi di polvere che il presentatore estrae da un cassetto e rovescia per terra. Su questo paesaggio in rovina, che ha visto l’arte abdicare al suo tentativo di dire e dicendo contrastare la morte, fino a trasformarsi in una sorta di maestro di cerimonie del nichilismo del contemporaneo, non resta che spargere il sale – come puntualmente avviene nell’ultimo episodio.
Con «Dies irae» il Teatro Sotterraneo, pur mantenendo la sua cifra caratteristica, fatta di quadri rapidissimi – quasi delle strips – di ironia fulminea e minimalismo surreale ed elegante, affronta per la prima volta un tema unico e in modo frontale, cercando una coesione drammaturgica mai sperimentata prima da questa formazione, anche a scapito della comicità immediata che caratterizzava i loro lavori precedenti. In questi “cinque episodi intorno alla fine della specie” si ride meno, cercando di dire di più: cosa? che il tempo a disposizione non è più molto. Il cronometro che sovrasta la scena, che compie un conto alla rovescia a scandire i sessanta minuti (netti) della durata dello spettacolo, ce lo ricordano. “Countdown to extinction”, urlavano i Megadeth già agli albori degli anni Novanta (ed era già un decennio che la musica insisteva sul tasto dell’autodistruzione). Ma la rabbia di quell’urlo è scomparsa; quello che resta è l’ambigua risata dell’arte, che si fa più godibile, leggera, friabile. E ci seppellirà».

Graziano Graziani, www.carta.org

«La fine del mondo si avvicina. E non certo per colpa della profezia Maya e del fatidico 2012. L’uomo ci ha messo, e continua a metterci costantemente, del suo. Ci stiamo pericolosamente avvicinando al baratro, senza pensare alle conseguenze, immaturi, credendoci immortali. L’abisso è vicino. Dies Irae _ 5 episodi intorno alla fine della specie (prima toscana il 19 gennaio 2010 al Teatro Studio di Scandicci, sold out) è “il giorno d’ira, quel giorno si dissolverà il mondo nelle fiamme”. Il requiem è in atto. Sono “cinque episodi sulla fine della specie”, come recita il sottotitolo, quelli che mettono in scena i Teatro Sotterraneo che, senza pietà, senza tenerezza, anzi con brutale presa di coscienza agiscono nel countdown di un orologio che scorre all’indietro. Siamo già agli sgoccioli, la bomba che, prima o poi, esploderà, deflagrerà potente in un’implosione eterna fagocitandoci nella nostra piccolezza. I Sotterraneo in scena, Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli e Claudio Cirri, (in cabina di regia c’è il dramaturg Daniele Villa), hanno tute, stivali e caschi bianchi quasi fossero astronauti, agenti segreti armati di mitragliatori di ultima generazione che spara sangue mediatico in quel mare fintamente candido che ci siamo costruiti attorno, lasciando il brutto, lo sporco ed il cattivo in televisione o in mondo lontano, terzo o quarto che sia. Uomini che uccidono i propri simili imbrattando e immediatamente seppellendo sotto il tappeto la polvere e le malefatte splatter mentre nell’aria gira, in varie versioni, il canto angelico e rassicurante di un“Alleluia” che cerca adepti, di una religiosità scaramantica che vuole offuscare la ragione sopprimendola a suon di gospel, inni alla gioia e segni della croce. Si gioca con la platea con il quiz radiofonico “Cosa sarebbe accaduto se” (tenete i cellulari a portata di mano, potrebbero servirvi). E pensare che il prossimo spettacolo dei Sotterraneo sarà “L’origine della specie”, prodotti dal Metastasio. Come a cercare il prequel dell’eclissi, il prima della distruzione, il come eravamo per rammaricarsi per quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Assolutamente da vedere. E rivedere».

Tommaso Chimenti,  www.scanner.it

«Tracce sotterranee. 21:00 / 60’00”. Tempo e contro-tempo.
La prima immagine è un countdown: sono le ventuno e un timer indica che lo spettacolo finirà tra sessanta minuti. Un’ora per indagare la fine della specie: la specie umana, ovviamente.
Asettiche tute bianche, onomatopee e macchie; sembra uno splatter da fumetto, provoca il riso, ma l’effetto straniante delle prime azioni si trasforma in brivido quando la ripetizione e l’urlo caricano la scena di realtà: come  scuotendo una vecchia polaroid, dalla buffa macchia iniziale si delinea un volto, una maschera di panico e dolore. È seriale, è un processo creativo, è il tempo che scorre. Creazione e distruzione si rincorrono sulla scena, ogni immagine è distrutta dalla precedente, ogni azione dalla seguente, in un perpetuo tentativo di trovare e lasciare tracce. Si lasciano segni nel tempo, nello spazio, a volte evidenti, altre meno.
Il lavoro di Teatro Sotterraneo è un lavoro archeologico alla ricerca e definizione dei segni lasciati dalla specie: una ricostruzione dei fatti che lascia anch’essa prove inequivocabili. Cinque immagini che lavorano intorno allo scorrere del tempo, alla catalogazione dell’essere umano, in tutte le sue parti fisiche e non – sentimenti, desideri, paure -. Molti i temi trattati e le fonti d’ispirazione: la scrittura scenica di Daniele Villa è carica di riferimenti. Ogni episodio parla un linguaggio diverso dal precedente, dal fumetto alla radio, alla fotografia, al cinema. Ma tutti sono destinati alla stessa fine: sparire per restare solo una prova e venire sotterrati dall’episodio successivo, fino all’esaurimento. L’unica figura ricorrente e personaggio con una sua evoluzione è quella del testimone; alla fine di ogni episodio egli riferisce l’ accaduto, e lo fa con il pubblico e per il pubblico, assumendosi un senso di responsabilità che si rivela però insostenibile, fino a logorare la testimonianza in un unico silenzio.
Il linguaggio espressivo di questo giovane gruppo toscano è variegato e spazia dalla performance al talk show televisivo, coinvolgendo il pubblico attraverso le strategie più immediate, domande dirette o l’interazione con telefono cellulare. Linguaggi e mezzi espressivi semplici che si costruiscono in giochi e scatole cinesi; la serialità e la ripetizione, tipiche del work-in-progress, divengono parte integrante del lavoro finito assumendo un nuovo significato e portando il processo creativo direttamente in scena».

Camilla Toso, www.iltamburodikattrin.it

«La nostra voglia di seguire il percorso delle nuove generazioni teatrali ci ha spinto dopo “Post it” e “La cosa1” a seguire a Modena il nuovo lavoro del Teatro Sotterraneo “Dies Irae”. In scena in Dies Irae ancora Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli, Claudio Cirri su una scrittura di Daniele Villa, qui alle prese nientemeno con cinque episodi intorno alla fine della specie .
Cinque episodi ed un prologo che come è nello stile dei quattro discoli del teatro italiano sono pervasi da una ironia costante che però sottende sempre alla visione di un mondo in perenne dissolvimento. “Dies Irae” è infatti una dissertazione sul tempo. Il tempo presente, quello che il pubblico sta vivendo, è coordinato da un orologio, quello che vive, è invece un presente che si nutre, come del resto il teatro, di apparenze, dove ogni cosa non è veramente pregnante, dove ogni cosa rimanda sempre a qualcosa d’altro ed il passato non è che un cumulo di macerie. Ogni momento non è reale, il sangue ed il dolore, le scelte importanti , la vita e le sue meraviglie non vengono vissute ma solo immesse in un grande talk-show, fotografate magari per non essere neppure viste. Forse questo tempo non avrà bisogno come quello passato di essere sotterrato perchè è già in polvere. Post-it La Cosa 1 e Dies Irae si muovono dunque in un percorso drammaturgico coerente e significante».

Mario Bianchi, www.eoloragazzi.it

«Probabilmente quando arriverà il giorno del giudizio ce lo aspetteremo comodamente seduti in poltrona, davanti la tv: se ci sarà il conto finale che ci imputerà la morte del mondo naturale, di sicuro sarà trasmesso in diretta in ogni angolo della galassia e ce la vorremo gustare senza pensare che forse, questa ricerca di una misura nelle responsabilità, riguarda anche noi. Tutto questo perché il nostro obiettivo è guardare, siamo noi che vogliamo ora giudicare i buoni e i cattivi, quel giorno dissolverà il mondo e il cielo oscurerà. Ma sarà per mano nostra. Questo scenario si articola sul fondale di questo notevole Dies Irae _ 5 episodi attorno alla fine della specie, nuovo lavoro di Teatro Sotterraneo.
Il valore più grande è la proposta, il tentativo di coinvolgere nel dibattito; questo stimolo alla riflessione è un tema caldo che propone una coscienza del loro gesto, della loro costruzione semantica, oggi che invece la creazione artistica ha così poco da offrire alla collettività e invece si chiude nella fiera autoreferenziale. Tutto questo avviene perché il loro obiettivo è il gesto quando è capace di significare: in questa direzione conducono uno spettacolo capace di snidare la polvere dagli angoli delle nostre convinzioni, stimolando la rinascita di vari gradi di coscienza. Per fare questo si servono del contatto diretto: i cinque episodi hanno un legame forte che attiene alla prevalenza dell’immagine sulla realtà, della rappresentazione che sostituisce l’originale, così vanno alla ricerca di questa impressione primigenia nella connessione fra loro e il pubblico. Fra uomini e uomini.
Prima materia è la morte: su una parete di sangue in cronaca diretta dipingono una guerra e il suo prodotto, poi ci mettono la firma come opera loro, non d’arte ma di morte; dopo il crimine in termini giornalistici viene raccontato mentre gli altri ricoprono la scena, finché il crimine di fronte a chi ascolta non esiste più. Poi il “cosa sarebbe accaduto se”, gioco che diverte storici esperti e cineasti (il Tarantino di Inglorius Bastards) e che pone di fronte inquieti interrogativi: chi avrebbe saputo uccidere Hitler in culla ed evitare tutto quel male? Ancora la musica che è sempre radiofonicamente “il prossimo pezzo”, ma sempre lo stesso (Hallelujah di Leonard Cohen), di diversi interpreti: la canzone non ha più senso di per sé, per il sentimento che provoca, ma per la categoria che rappresenta. I sentimenti e le parti del corpo sono ritratti in foto, segno della loro esclusiva mostra, in luogo del reale accadere che si riduce imitazione. Gli oggetti tecnologici usati per dire sono conservati come reperti del crimine nel classico sacchetto di plastica, come se dire non fosse immune da colpe ed esso stesso un crimine. Infine le sette vecchie meraviglie del mondo, ridotte in polvere nei sacchetti, come le nuove appena decretate, mi dice chiaramente che è perduto il senso della bellezza, che alla nostra percezione la meraviglia non sia che un cumulo di macerie, sparisce non solo la meraviglia ma quel che ha avuto significato nella storia, dichiarandone la fine. Ognuno dei temi affonda nella distrazione coatta che inforca il suo contrario, la comprensione, rendendola inefficace.
Tutto per dire di quest’opera efficace, che vederla è altra cosa, che è una progressiva perdita di senso, un viaggio al centro del mondo per vedere qual è la consistenza della sua evoluzione, e magari capire se c’è un elemento che lega a questa anche la nostra. Ultima immagine è su sfondo scuro, luci basse, da vecchi vagano con un bastone per sorreggersi, cospargono di sale quello che è stato, nella vita e in questo spettacolo, sulla ferita che brucia, sulla storia che non rimargina».

Simone Nebbia da www.teatroecritica.net

Teatro Sotterraneo: l’umanità all’asta
«Cosa sarebbe successo se Adolf Hitler fosse morto da bambino? Se gli Incas avessero conquistato la Spagna e il Portogallo? Se l’11 settembre fosse stato il 12? Il gioco del “what if” innesca un processo di sviluppo esponenziale del recupero della storia e dei modi per cambiarla. Uno stratagemma geniale da proporre al pubblico per indurlo all’interazione: far accendere i cellulari per partecipare al gioco radiofonico tra il palco e la platea, mentre i due deejay in scena alternano la lettura dei messaggi alle versioni dall’Alleluja di Leonard Cohen, filo conduttore di tutto lo spettacolo. Come nel requiem che accompagna i condannati, intorno all’Alleluja vediamo tutto quello che c’è, e non ci sarà più. Il tono è lieve e ironico, ma l’apparenza informale e rapida racconta con ferocia l’autodistruzione della specie umana. I 5 episodi spiazzanti e diversissimi scorrono inesorabili sotto il timer rosso che segna l’ora esatta e il countdown, a partire da 60 minuti.
Prologo. L’attore chiede al pubblico cosa dovrebbe fare. Lo fa. Lo fa? Primo episodio. Finalmente un po’ di sangue! Making of di tafferugli e violenze delittuose tra 4 personaggi in tuta bianca su fondo bianco. Si picchiano e accoltellano quasi senza toccarsi, se il gesto non è credibile lo ripetono, le loro bombolette spruzzano rosso sangue, il telo alla fine sembra un art work di Pollock. Secondo. Gioco del “what if”. Irresistibile la sottile trasgressione di mandare sms a teatro, su invito degli attori. Siamo noi a dover scegliere se il bambino Adolf deve morire. Per alzata di mano. Terzo. Pictures of you. Con frenesia da turisti d’assalto, armati di macchinette usa e getta con flash, i quattro fotografano e si fotografano in ogni parte, atteggiamento, cosa, luce, buio, ginocchio, vittoria, pianto, abbraccio, reazione cutanea. Tra gli episodi c’è sempre qualcuno che ricapitola i fatti precedentemente accaduti, con fare oggettivo e puntuale, mentre gli altri prelevano gli oggetti di scena con sacchetti trasparenti. Prove a carico della fine della specie. Quarto. L’asta delle meraviglie del mondo. Con banditore inglese e brillante traduttore italiano, la piramide di Cheope e la muraglia cinese, il tempio di Efeso e Machu Picchu, il Taj Mahal e le Twin Towers, tutte all’incanto con prezzo di partenza. Da vendere a chi offre di meno. Restano polvere e cenere, se nessuno alza la voce. Perso il conto degli episodi, mancano 5 minuti e 60 secondi, stai solo pensando che potevi salvare il Colosseo.
In ogni momento dello spettacolo, ridendo dello stesso sorriso degli attori, lo spettatore è pervaso dall’inquietudine, assalito dalle domande, stimolato a formularne altre. Il meccanismo intimidatorio è subdolo e cordiale come la pubblicità, e la bravura del collettivo fiorentino sta proprio nel riproporre dei format d’intrattenimento instillando la possibilità dello slittamento, della libera scelta, della responsabilità. Un passaggio necessario verso un teatro che usa tutti gli strumenti della comunicazione per ricostruire un immaginario comune in superficie e suggerire un varco oltre questa realtà bidimensionale. Frutto del lavoro di accumulo e sedimentazione dei 5 componenti del Teatro Sotterraneo, che usano una modalità di creazione collettiva e non si vergognano a chiamare il loro lavoro “un prodotto”, il Dies Irae si insinua nel mercato teatrale italiano come una scheggia pericolosissima iniettata di senso critico. Il passato e il futuro restano schiacciati nei 60 minuti, è il pubblico che decide la fine della specie».

Fabiana Campanella da www.yorick.it


Cold and broken

«La fine del mondo è tutta da dimostrare. Se ti ammazzo, fammi vedere la traiettoria del tuo sangue. Se ti interrogo sul passato, spiegami “cosa sarebbe successo se”. Se ti estingui, lascia testimonianze di te: fotografa arti, pelle, occhi, a ricordare ai posteri com’era fatto il genere umano. E se ti sgretoli in polvere, come le sette meraviglie dell’antichità, prova a almeno a venderti: magari qualcosa la ricavi.
Dies Irae – cinque episodi intorno alla fine della specie, visto al Tam di Padova: “it’s a cold and it’s a broken hallelujah”, come cantano le parole di Leonard Cohen per tutto lo spettacolo. Siamo ridicolmente nudi di fronte a noi stessi e allo sfacelo che stiamo provocando? No. Siamo consapevoli delle alternative possibili attraversate e sfiorate dalla storia, e incredibilmente lasciate cadere? Nemmeno. Siamo scandalizzati? Irritati? Preoccupati? Coinvolti? Niente. Siamo noncuranti. E perciò, della fine del mondo si può anche ridere. Dies Irae di Teatro Sotterraneo è uno sguardo lucido, distaccato e vivisezionato sul progressivo e inconsapevole allontanamento dell’uomo da se stesso. Cinque episodi, appunto, indipendenti tra di loro semanticamente ma necessari in sequenza all’individuazione del senso ultimo dello spettacolo, per tentare di registrare nitidamente, come fosse un verbale di assemblea, le voci di un’umanità che si sta sprecando. Nitidamente: perché per mettere in scena “la banalità del male” non occorre commentarla, basta raccontarla così come sta. E si scoprirà che è tristemente ridicola. Alleluja, dunque: un canto liberatorio “cold”, non coinvolto, e “broken”, spezzato. Rotto: senza possibilità né volontà di rendenzione. Teatro Sotterraneo vince l’Ubu quest’anno. Premio che, nella motivazione, ne segnala la grande capacità di innovare un linguaggio, quello della scena, personalizzandolo in maniera netta, caricandolo di nuovi codici di lettura e interpretazione. Ed è vero: perché chi non ha visto mai uno spettacolo di Daniele Villa, Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli e Claudio Cirri esce dalla sala quantomeno spiazzato. Ma non è solo questione di linguaggio. È il punto di vista sulla realtà a fare di Teatro Sotterraneo una delle espressioni più intelligenti del nuovo teatro. Un punto di vista che non è moralizzatore ma profondamente etico; non è accusatore ma schierato; non sorride, ma provoca la risata; non sceglie il dramma ma è dolente. E infine: non insegue la pesantezza, ma la ritrova sul fondo della lievità con cui prova a descrivere un mondo freddo e spezzato».

Marianna Sassano da www.nonsolocinema.com

VIDEO CONTENT

Dies irae_ 5 episodi intorno alla fine della specie

GALLERY

ph. © Adriano Boscato, Paolo Rapallino

CIRCUITAZIONE

2009

Genio Fiorentino – Firenze (studio episodio 1)
InteatroFEST – Polverigi (studio episodi 1 e 2)
Festival drodesera>Centrale Fies – Dro (studio episodi 1, 2 e 3)
OperaEstate Festival Veneto – Bassano (studio episodi 1, 2, 3 e 4)
Le Vie dei festival – Roma (episodio 1)
Carta Bianca – Chambéry (episodio 1)
Vie Scena Contemporanea Festival – Modena (prima assoluta)
Teatro Villa dei Leoni – Mira

2010

Teatro Studio – Scandicci
Opera Prima XIII/Teatro Studio – Rovigo
Teatro al Parco/Teatro delle Briciole – Parma
Teatro delle Maddalene/Tam – Padova
Teatro Palladium – Roma
Festival Primavera dei Teatri – Castrovillari
Festival You are here/Anagoor – Castelfranco Veneto
Festival drodesera – Dro
Festival Transito – Firenze (Episodio 1)
Festival Anche le idee fanno sesso – Ceglie Messapica (Episodio 1)
Festival es.terni – Terni
Italienischer Theaterherbst/Volksbühne – Berlino
Prospettiva 2/Teatro Stabile – Torino
Spam! – Capannori
Motoperpetuo – Pavia

2011

Altri Percorsi/Teatro Sociale – Bergamo
CSS/Teatro Palamostre – Udine
Teatro Kismet OperA – Bari
Tracce di Teatro d’Autore – Castello d’Argile
Festival Short Theatre – Roma
Teatro Na Strastnom – Mosca
Festival MESS – Sarajevo
Teatro dei Filodrammatici/Teatro Gioco Vita – Piacenza

2012

Teatro Brecht – Perugia
Teatro Comunale Giuseppe Verdi – Pordenone
Castello Pasquini – Castiglioncello
Teatro Comunale – Bolzano
Teatro alla Cartiera – Rovereto
Apap Lab – Dro

2013

Festival Santiago a Mil – Santiago del Cile
Festival Escena Contemporanea – Madrid
Teatri di Confine – Pistoia

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